li esperti sostengono che la prima sede del primitivo gruppo inviato a Spoleto da San Francesco, fosse a Sant’Apollinare, ospiti, come quasi ovunque, dei benedettini. L a chiesa, diventata nei secoli anche parrocchiale, non esiste più. Resta qualche avanzo dell’antichità (sec. XII-XIII), altro muro romano presso piazza Sant’Agata. « Presso S. Apollinare era il più antico luogo abitato dai frati minori a Spoleto, che ospitò anche il b. Egidio, compagno di san Francesco» (B. Toscano, Spoleto in pietre, 1963). Altra breve sosta fecero nella chiesa di Sant’Elia, sul colle omonimo; contemporaneamente, forse dal 1218, si erano arroccati, eremiti, presso la chiesetta-romitorio di Santa Caterina, sul Monteluco, dove si svilupparono nei secoli e, dopo le esperienze sporadiche del Trecento, nel Quattrocento ebbero grande fortuna, soprattutto per la presenza di giganti della santità, quali: San Bernardino da Siena, San Giacomo della Marca, San Giovanni da Capestrano, il beato Alberto da Sarteano (le cosiddette quattro “Colonne dell’Osservanza”), il beato Francesco da Pavia e tanti, tanti altri.
Ma torniamo al Monteluco.
Anche se fosse da escludere l’opinione di chi afferma una prima visita di San Francesco al “Monte sacro” nel 1205, l’anno della visione prodigiosa di Spoleto, ha sufficiente documentazione la visita addotta dal Santo nel 1218.
In quell’anno il Poverello di Assisi ottenne dai monaci eremiti del Monteluco la cappella di Santa Caterina (la cosiddetta “Porziuncola del Monteluco”), attorno alla quale, stando alla tradizione, il Santo, volendovi costituire un “locus” per i suoi frati, edificò « sette angustissime celle costruite con frasche intessute a rami d’alberi ed intonacate di fango e di calce, tuttora esistenti ed ulteriormente santificate dalla dimora che poi vi fece San Bernardino da Siena» (C. Bandini). La stessa tradizione, inoltre, precisa che Francesco, «nel partire da Monteluco, lasciò tal fama di sé e tal concetto dei suoi frati, che l’anno seguente, 1219, celebrandosi in Assisi il Capitolo generale con gran concorso di religiosi, fu mirabile la liberalità con cui li Spoletini aiutarono a sostenere sì gran moltitudine di frati» (Bernardino da Campello, Delle Historie di Spoleti, tomo III).
La “famiglia” francescana di Monteluco, in breve tempo, dovette essersi straordinariamente accresciuta, poiché quando l’Apostolo umbro tornò dall’Oriente (1220), «come alla Valle spoletana fu pervenuto, i suoi figli, uscendo di qua e di là dai loro romitori, correvano a torme incontro al desiderato padre, con indicibile trasporto, congratulandosi della sua vista e rallegrandosi del suo felice ritorno» (L. Wadding, Annales, A. 1221).
Dopo la morte del Poverello serafico, il sacro luogo montano non venne abbandonato: la storia dell’Ordine, infatti, registra costantemente il nome di vari religiosi, qui vissuti e morti in fama di gran santità.
Primo, in ordine di tempo, è il beato Andrea da Siena, compagno di Francesco, il quale visse lungamente in questo romitaggio, ove morì circa l’anno 1263 (cf. L. Wadding, Annales, A. 1213)
Altri eroici frati santificatisi in questo solitario convento furono: il beato Antonio Tigrini da Pisa († 1313), grande taumaturgo, continuamente dedito «all’oratione, alla contemplatione, alle penitenze, e al disprezzo d’ogni cosa mondana» (L. Jacobilli, Vite, tomo I). Il beato Francesco Beccaria da Pavia († 1454), già capitano di Filippo Maria Visconti, duca di Milano. Indossato l’abito francescano, frate Francesco da Pavia divenne esemplare di povertà, di penitenza e di ogni virtù religiosa; fu favorito di celesti visioni ed ebbe, tra l’altro, il dono della profezia e dei miracoli. I resti del suo corpo sono venerati presso la chiesetta del convento. Il beato Gregorio da Spoleto († 1473), compagno del beato Francesco da Pavia; pellegrino in Terra Santa, riportò in patria il chiodo «ch’inchiodò in Croce li due piedi di Christo» (L. Jacobilli, Vite, tomo I), (La sacra reliquia è oggi custodita presso la chiesa di San Domenico di Spoleto). Il religioso, tramandano le cronache, «visse santamente in detto Eremo di Monteluco (…), e fù più volte visitato dagli Angeli per la purità della sua vita; e si fece illustre per i miracoli, che il Signor’Iddio operò per suo mezo» (L. Jacobilli). Il suo corpo riposa nella Cattedrale di Spoleto.
Accanto ai predetti, sono anche da ricordare i beati Antonio da Rimini († 1455), celebre predicatore francescano; Demetrio Insumbre († 1491) e Demetrio Albanese († ?), «chiari di fama e di miracoli».
La presenza nel romitaggio di Monteluco delle anzidette esimie figure francescane, sottolinea, inconfutabilmente, come il “luogo” fosse un autentico “giardino” di santità. E’ anche utile ricordare che il convento, insieme a quelli delle Carceri di Assisi, di Brogliano (Colfiorito) e dell’Eremita di Cesi, nel secolo XIV, fu centro di quel vasto movimento di riforma, che s’impernia nei nomi dei beati Giovanni della Valle, di Gentile da Spoleto, e che ottenne provvidenziale successo, per opera del beato Paoluccio Trinci da Foligno, nell’anno 1373.
Monteluco era ancora al suo massimo splendore ai tempi di San Bernardino da Siena, il quale, dimorando in questo solitario luogo, ampliò il fabbricato conferendogli l’attuale aspetto.
All’epoca della seconda Riforma (secolo XVI) il convento di Monteluco, divenendo sede di noviziato, non diminuì d’importanza e di fervore.
«Ma i tempi più belli di Monteluco - sottolinea padre Benvenuto Bazzocchini - rifiorirono col B. Leopoldo da Gaiche. Molte pagine occorrerebbero per narrare, anche in succinto, tutto quanto il Servo di Dio ha operato per la gloria di questo venerabile santuario. Basterà ricordare che egli vi creò un Ritiro modello (an. 1788) con regole e costituzioni sapientissime, approvate dalla Santa Sede, e che ivi si raccolsero per oltre un secolo a vita austeramente contemplativa i più ferventi religiosi della nostra Provincia e dell’Ordine, alcuni dei quali vi morirono in concetto di santità. Il B. Leopoldo si ritirava abitualmente lassù, per ritemprare il suo spirito nei brevi riposi che gli lasciava la sua instancabile attività di predicatore, durata ininterrottamente per quasi cinquant’anni. La morte di questo santo religioso e incomparabile missionario, meritatamente appellato l'Apostolo dell’Umbria, commosse tutta la città di Spoleto (an. 1815); e la sua solenne beatificazione avvenuta il 12 marzo 1893 fu insieme la gloria dell’Ordine, della Provincia Serafica e del suo caro Ritiro di Monteluco» (B. Bazzocchini, Cronaca).
Durante la soppressione napoleonica, i religiosi del Monteluco ebbero molto a soffrire; il beato Leopoldo con tutti i suoi confratelli dovettero abbandonare il tranquillo ritiro, che rimase, per circa quattro anni, deserto e abbandonato. Ma al tempo della seconda soppressione (1866), per grazia speciale attribuita all’intercessione del beato Leopoldo, il convento di Monteluco fu risparmiato dalla “cacciata dei frati”, conseguenza diretta, questa, della legge “Pepoli”. Presto il sacro luogo, grazie anche all’intervento del “popolo” spoletino, poté tornare all’antico fervore di disciplina e mantenervisi fino ai nostri giorni.
|
Spoleto, Romitaggio di San Francesco in Monteluco, da sinistra a destra:
Entrata al convento; Antico dormitorio; Grotta di Sant’Antonio da Padova
|
L’umile e glorioso convento, che ha il titolo di San Francesco, è situato sulla vetta del Monteluco, circuito e quasi nascosto da una folta boscaglia di annosi elci: il bosco sacro degli antichi spoletini. Sulla sponda del ciglio boscoso che guarda verso la cittadina di Spoleto è la cappella di Santa Caterina, assai antica, donata - come si tramanda - dai monaci eremiti al Santo assisiate. Prima di giungere alla chiesina del convento, è un’altra cappellina dedicata a San Bernardino, della quale troviamo indicazione che esistesse nel sec. XV, giacché furono lì seppelliti i corpi dei beati Francesco da Pavia e Demetrio da Milano.
La chiesina del convento è un autentico gioiello: assai piccola, ma regolare e devota. All’interno, accanto alla porta d’ingresso, vi sono due cappelline laterali: quella a destra, alquanto più aperta e profonda, ha un altare artisticamente lavorato sotto il quale, in bell’urna di noce, giace il venerabile corpo del beato Leopoldo da Gaiche. Dentro una parete di questa stessa cappella, in “cornu Evangeli”, è il corpo del beato Francesco da Pavia, trasportatovi nel 1642. In faccia alla cappella del beato Leopoldo, è un’altra cappellina più piccola, dedicata a San Pietro d’Alcantara; qui riposa il corpo di un altro servo di Dio, frate Vigilie da Lesmo, morto in concetto di santità nel 1865.
Ai due lati dell’altare maggiore, entro armadi di noce, «sono reliquie portatevi da un padre Riformato spoletino... - 678 di numero - quelle che aveva presso di sé il Pontefice Urbano VIII. In un solo reliquiario vi è del legno della santa croce dell’altezza di un deto, e mezzo di larghezza» (cf. B. Bazzocchini, Cronaca). Al lato sinistro dell’altare maggiore, sotto il presbiterio, si legge una iscrizione che ricorda le virtù e i meriti del servo di Dio frate Michele da Collelungo, quivi deposto nel 1682. Sopra l’altare maggiore è un bel ciborio e un grosso quadro di autore secentesco, che rappresenta la Vergine con Sant’Antonio e Santa Caterina ; il quadro ed altri ornamenti laterali chiudono tutto l’arco di volta, impedendo la vista dell’abside e del coro, riducendo, così, le proporzioni già tanto limitate della chiesetta. Il coro è ristretto ed angusto, ma ben disegnato e ottimamente conservato.
Dietro l’altare maggiore è il quadro della “Mater Misericordiae”, che il beato Leopoldo soleva portare nelle Missioni.
Dalla chiesa, entrando in convento per la porta del coro, si trova, di fianco, la cappellina o oratorio, dove ha pregato San Francesco; evidentemente essa ha subito dei restauri, ma le povere pareti umide e nericcie testimoniano ugualmente la sua remota antichità, richiamando una devota ammirazione. Attorno a questo oratorio dovettero essere raccolte le capanne, piuttosto che celle, che ospitarono i compagni del Serafico Padre, alcune delle quali furono comprese nelle più recenti costruzioni ; e sono le prime cinque del piccolo dormitorio - a sinistra dell’oratorio - le quali mostrano la loro augusta povertà dalle pareti di legno e di vimini leggermente intonacate, dalla piccolezza delle finestre, dall’angustia delle porte (metri 1,30X0,42), dove non si può entrare senza curvare a mezzo la persona: in una di tali cellette, la seconda della fila, ha trascorso una notte il pontefice Paolo III.
Il convento è disposto in senso longitudinale da levante a ponente ; e si può dire costituito da un solo angusto dormitorio, a pian terreno, con cellette soltanto da un lato. All’estremità, questo dormitorio si divide in due tratti: quello a destra comprende la biblioteca e alcune celle un po’ più spaziose; a sinistra è il breve dormitorio riservato a uso di noviziato. Le officine, cioè la cucina, la canova, il refettorio, ecc. ecc., si trovano sullo stesso piano del convento, nell’angolo tra la chiesa e il dormitorio, e sono in tutto corrispondenti alla piccolezza e povertà dell’ambiente.
Il convento non ha chiostro, se tale non volesse chiamarsi quella piazzetta o vestibolo che sta dinanzi alla porta del convento: accanto a questa, dal lato interno, è il pozzo detto di San Francesco, delle cui acque le Cronache narrano cose miracolose. La clausura è ristretta attorno agli orti, e consiste in muriciattoli, i quali hanno il compito di difendere le poche verdure che vi coltivano i frati, per i bisogni della comunità.
Nei dintorni del convento, in direzione di levante, si apre una ristretta vallicella, dove una notte il beato Francesco da Pavia scoprì uno squadrone di demoni, tutti armati e a cavallo; i quali stavano lì, certamente con intenzioni non troppo amichevoli per i frati: ma il Beato li disperse colle sue orazioni (cf. B. Bazzocchini, Cronaca).
Tra la folta boscaglia s’incontrano, qua e là delle grotte, le quali hanno dato ospitalità ai più ferventi contemplativi che salirono questo colle, e alcune ne portano il nome: “Grotta di San Bernardino da Siena”, di “Sant’Antonio da Padova”, del “beato Francesco da Pavia”, ecc. ecc.
In un angolo nascosto sull’orlo d’un precipizio - duecento passi, circa, dal convento - è il piccolo cimitero conventuale, dove giacciono molti religiosi, che riposano tranquilli, tra il rumore dei venti e delle tempeste, aspettando il giorno della resurrezione.
Attualmente in questa autentica “oasi” francescana, è una casa di formazione per giovani aspiranti alla vita francescana ed una casa di ritiro-aperto per gruppi o per singoli, frequentato da tutta Italia, in una vita di partecipazione alla liturgia della comunità.
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
|